Jean Afanassieff: un'esistenza tra vette e pellicole

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Jean Afanassieff è stato una figura poliedrica e affascinante, la cui vita si è intrecciata indissolubilmente con la passione per la montagna e il cinema. Nato a Parigi da una famiglia di origini russe, ha saputo coniugare l'audacia dell'alpinista con la sensibilità del documentarista, lasciando un'eredità significativa in entrambi i campi. La sua storia è un racconto di libertà, avventura e profonda ricerca di sé, sempre con lo sguardo rivolto verso nuove vette, sia fisiche che artistiche.

La montagna chiama, la macchina da presa racconta.

L'epopea sull'Everest e la discesa pionieristica

Il 15 ottobre 1978 segna una data memorabile nella storia dell'alpinismo, quando un team internazionale, composto dai francesi Pierre Mazeaud, Jean Afanassieff, Nicolas Jaeger e dall'austriaco Kurt Diemberger, conquista la vetta dell'Everest. Questa spedizione, che ha visto Mazeaud, alpinista navigato con esperienze al fianco di leggende come René Desmaison e Walter Bonatti, e Diemberger, unico ad aver scalato due “ottomila” in prima ascensione, si distingue non solo per il successo ma anche per un gesto iconico. A 8848 metri, Jaeger si concede una sigaretta Gitane, simbolo di una sfida personale alla montagna. Meno documentata è l'eventuale sigaretta di Afanassieff in quella circostanza, ma l'immagine di lui con una sigaretta tra le labbra su altre cime diventerà familiare negli anni successivi. L'impresa più audace della spedizione è la discesa. Afanassieff e Jaeger, partendo da 8300 metri, affrontano una discesa sciistica mozzafiato fino a 6500 metri in appena un'ora, un'impresa straordinaria che anticipa le celebri discese integrali dei decenni a venire, consolidando la loro reputazione nel mondo dell'alpinismo.

Un'esistenza dedicata alle vette e alla libertà

L'alpinismo francese di fine Novecento è costellato di figure leggendarie come Jean-Marc Boivin, Patrick Bérhault e Christophe Profit. Tra questi, Jean Afanassieff, di origine franco-russa, sebbene non abbia raggiunto la stessa fama mondiale, ha lasciato un'impronta indelebile. Nato a Parigi nel 1953, ha ereditato dal nonno, fuggito dalla Crimea nel 1917, un legame con le sue radici russe, che lo porterà a esplorare l'ex URSS con la sua macchina da presa. La sua passione per l'arrampicata nasce sui blocchi di Fontainebleau e si consolida a 16 anni con l'alpinismo. A 18 anni si trasferisce a Chamonix, dedicandosi ad ascensioni solitarie su pareti leggendarie come lo Sperone Tournier dell'Aiguille du Midi e lo Sperone Couzy sulle Droites. La sua ricerca di libertà, come lui stesso racconta, era spinta agli estremi, e la trovava solo affrontando itinerari sconosciuti. A 20 anni diventa guida alpina e, due anni dopo, con Patrick Cordier, Gilles e Patrice Bodin, fonda un'associazione indipendente di guide, rompendo il monopolio preesistente. Nel 1975, con Cordier e altri, compie la prima ascensione del Mont Ross nelle Isole Kerguelen, un'avventura presentata come la conquista dell'ultima vetta inviolata in territorio francese.

Dall'alpinismo estremo alla narrazione cinematografica

L'esperienza sull'Everest nel 1978 e la pionieristica discesa con gli sci da 8300 metri segnano una svolta nella vita di Jean Afanassieff. La sua innata abilità con la telecamera e la sua capacità di scovare storie avvincenti lo spingono a intraprendere una nuova carriera, trasformandosi da alpinista a regista. Pur continuando a dedicarsi all'alpinismo, realizzando imprese come l'apertura di una nuova via sul FitzRoy in Patagonia nel 1979 e partecipando a spedizioni sul K2, Nanga Parbat e altre tre sull'Everest, la sua attenzione si sposta sempre più verso la produzione cinematografica. Descrive questa metamorfosi come un passaggio da una "vita precedente" di alpinista a una nuova esistenza in cui il cinema diventa la sua professione e la sua passione principale. Questo cambiamento lo porta a esplorare temi e narrazioni che vanno oltre il mondo dell'alpinismo, dimostrando una versatilità e una profondità artistica sorprendenti.

Un'eredità di immagini e storie: il cineasta premiato

Jean Afanassieff ha firmato oltre cinquanta opere cinematografiche, molte delle quali premiate nei più prestigiosi festival internazionali, tra cui Trento, Banff, San Sebastian e Les Diablerets. I suoi documentari esplorano le vite di alpinisti celebri come Georges Livanos, Gary Hemming, Guido Magnone, Eric Escoffier, Jean-Marc Boivin e Lynn Hill, offrendo uno sguardo intimo e profondo sul mondo dell'alta montagna. Ma la sua curiosità artistica non si ferma qui. Ha realizzato opere significative in Russia, come "Tank sur la Lune", che narra la storia del Lunokhod, il primo veicolo lunare, e "Aral, mer de la soif", un toccante documentario sul prosciugamento del Mare d'Aral, causato dagli errori umani. "Le destin du Koursk" è un altro esempio della sua capacità di raccontare eventi di grande risonanza, come la tragica fine del sottomarino nucleare russo Kursk. Riconosciuto per il suo contributo culturale, nel 1978 riceve l'Ordre du Mérite National dopo la spedizione sull'Everest, e nel 2003 diventa Cavaliere della Legion d'Onore, la massima onorificenza francese, a testimonianza del suo straordinario talento e impegno come documentarista. Il Festival di Trento, in particolare, ha ospitato ben 14 delle sue opere, confermando il suo legame profondo con il racconto della montagna attraverso il cinema.

L'omaggio a un'anima ribelle e ispiratrice

Sabato 17 gennaio 2015, la chiesa parrocchiale di Chamonix è stata il teatro di un commovente addio a Jean Afanassieff. Alpinisti da ogni parte del mondo si sono riuniti, in una cerimonia officiata da un religioso ortodosso in un luogo di culto cattolico, a simboleggiare la natura universale della sua influenza. Tra i presenti spiccavano figure leggendarie come Pierre Mazeaud, suo compagno sull'Everest, Doug Scott e Catherine Destivelle, oltre a numerose guide locali. Eric Fournier, sindaco di Chamonix, lo ha ricordato come un "personaggio atipico, un uomo affascinante, che aveva tanto talento in montagna quanto era ribelle in fondovalle". In Italia, uno dei tributi più sentiti è stato quello di Emilio Previtali, sciatore e blogger, che nel suo blog ha espresso ammirazione per Afanassieff. Previtali ha sottolineato come l'immagine di alpinisti con i capelli lunghi e un po' disordinati, come Edlinger, Berhault o Messner, fosse un simbolo di una certa tipologia di scalatore, e come il nome stesso di Afanassieff evocasse in lui "qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario". Sebbene non l'abbia mai incontrato, la storia e la vita di Jean hanno sempre rappresentato per Previtali una fonte di ispirazione, sia come alpinista, sia come sciatore, sia come autore di storie. Il suo ricordo si conclude con un toccante addio: "Buon viaggio, Maestro. Adieu".

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