L'articolo ripercorre la vicenda umana e artistica di Filadelfo Simi, celebre pittore naturalista nato nel 1849 tra le vette delle Alpi Apuane. La sua storia è quella di un talento precoce, riconosciuto e sostenuto fin dall'infanzia, che lo portò a studiare nelle capitali dell'arte europea, Parigi e Firenze, dove raggiunse vette accademiche. Nonostante il successo e la carriera brillante, Simi mantenne un legame indissolubile con la sua terra d'origine, la Versilia, eleggendola a musa ispiratrice per gran parte della sua produzione artistica. Le sue opere, permeate di realismo e sensibilità, catturano l'essenza dei paesaggi e della vita contadina apuana, rivelando un artista profondamente radicato nel suo ambiente e nelle sue genti. Il suo studio a Stazzema, oggi testimonianza preziosa del suo modus operandi, è un simbolo di questo legame.
Filadelfo Simi vide la luce l'11 febbraio 1849 in un modesto borgo, Levigliani, incastonato tra le imponenti Alpi Apuane, alle pendici del Monte Corchia. Destinato forse a una vita tra le cave di marmo, come molti suoi conterranei, il giovane Filadelfo dimostrò ben presto una vocazione inequivocabile per l'arte. Fu l'ingegnere Angiolo Vegni, datore di lavoro del padre di Filadelfo, a riconoscere per primo la sua straordinaria dote. Vegni si fece suo mentore, finanziando i suoi studi a Parigi, presso la prestigiosa bottega di Jean-Louis Gérôme, e continuando a sostenerlo anche al suo rientro in Italia, arrivando a lasciargli in eredità una residenza a Firenze.
A Firenze, Simi conquistò fama e rispetto, assumendo l'incarico di Rettore dell'Accademia di Belle Arti e pronunciando l'elogio funebre per il celebre Giovanni Fattori. Tuttavia, le sue radici versiliesi rimasero sempre salde. Il pittore divideva la sua esistenza tra Stazzema e Seravezza, luoghi dove conobbe la futura moglie, Adelaide Beani, e dove trascorse ogni estate della sua vita. Tra il 1885 e il 1886, progettò e fece edificare a Stazzema il suo atelier, un'opera architettonica unica, che combinava elementi vittoriani, reminiscenze del suo periodo parigino e suggestioni orientaleggianti, frutto del suo viaggio in Spagna e della visita all'Alhambra. Questo spazio creativo fu in seguito utilizzato anche dalla figlia Nera, che seguì le orme paterne dedicandosi alla pittura. Lo studio si trova in prossimità di Villa Giorgini, una famiglia legata al mondo del marmo, per la quale Simi svolgeva anche attività di consulenza artistica.
La struttura dello Studio Simi, dopo un periodo di abbandono, è giunta a noi intatta, conservando arredi e opere originali. Rappresenta uno dei rari esempi di luoghi di lavoro di un artista che fece della pittura en plein air il suo principio fondante. Nel 2015, Maurizio Bertellotti e Moreno Gherardi hanno intrapreso il recupero dello Studio, rendendolo accessibile al pubblico. Bertellotti racconta di aver conosciuto Nerina Simi nel 1986, assistendola negli ultimi anni della sua vita. Esiste un legame storico tra la sua famiglia e i Simi: furono i Bertellotti ad accogliere Filadelfo al suo ritorno in Versilia da Parigi. Questa connessione ha spinto Maurizio a intervenire per salvare lo Studio dalla rovina, acquistandolo e restaurandolo. La professoressa Alba Tiberto Beluffi, che aveva svolto un'opera inestimabile nella riscoperta dell'arte di Simi, ha ceduto l'archivio completo ai nuovi proprietari, inclusi bozzetti preparatori di opere importanti vendute all'estero.
Per Filadelfo Simi, le maestose Alpi Apuane furono la sua primaria ispirazione. Pittore naturalista, assimilò gli insegnamenti dei Macchiaioli e l'amore per le scene di vita quotidiana. Le valli di Stazzema rappresentavano per lui un rifugio sereno, un luogo dove poteva abbandonare il ruolo di Professore Simi per essere semplicemente Filadelfo. Qui ritrovava la persona comune, capace di emozionarsi di fronte ai giochi di luce e ombra nei boschi, ai lavori contadini, ai focolari delle modeste abitazioni e alle scene della vita campestre. Bertellotti sottolinea come "i tratti dei contadini di Stazzema siano tutti riconoscibili nelle opere di Filadelfo, che passeggiava per le strade del paese e poi trasferiva le sue impressioni sulla tela. Per i personaggi delle sue scene, il pittore prediligeva i volti semplici delle ragazze versiliesi, in cui scorgeva echi botticelliani o dei seicentisti spagnoli."
Maurizio Bertellotti aggiunge che "gli ultimi vent'anni di Filadelfo furono trascorsi nella dimora nota come La Villanella (oggi ribattezzata La Casa del Pittore), situata alle pendici del monte Procinto, affacciata sulla confluenza delle due valli che si incontrano a Ponte Stazzemese. Durante gli anni bellici, decise improvvisamente di trasferirsi stabilmente in Versilia. Suo figlio era al fronte, e per Simi, le Apuane rappresentavano un'oasi di tranquillità: nella quiete delle montagne trovava l'ispirazione per le sue grandi creazioni." In una lettera alla figlia, Simi scriveva: "Qui non mi manca nulla: ortaggi di ogni specie, carne di vitellina, la Mamma rifiorisce. Viaggi chi vuole, io sono sempre più innamorato dei nostri splendidi monti..."
Lo Studio Simi a Stazzema (LU) non è attualmente aperto al pubblico, ma sarà visitabile durante la stagione estiva del 2026. Recentemente, molte delle opere di Filadelfo e Nera Simi sono state esposte in una rassegna curata da Maurizio Bertellotti, intitolata 'Fra le rossastre nubi stormi di uccelli neri... L'ambiente contadino versiliese di fine '800 nella grafica di Filadelfo Simi', che ha offerto al pubblico una preziosa occasione per riscoprire l'arte e l'impronta lasciata dai due artisti.